Inseguita dal Passato

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Capitolo 1

ACCESSO NEGATO.

Accidenti!” Vanna batté il pugno sulla scrivania per la frustrazione. Aveva inserito la password due volte e sapeva che se l’avesse fatto una terza o quarta volta le avrebbero bloccato l’account e-mail. Non è che non sapesse la sua password. La prima volta aveva pensato di aver semplicemente schiacciato un tasto in più per errore, o magari di aver digitato quella di un altro account sovrappensiero. La seconda volta l’aveva digitata con cautela. Ma era stata rifiutata di nuovo. Non aveva senso mettere la stessa password di nuovo. Le si sarebbe bloccato l’account e resettare la password sarebbe stata una scocciatura di cui non aveva bisogno quel giorno. Il lavoro si stava accumulando e aveva programmato di mettersi subito sul file di Munro così da lanciare il lavoro fuori dalla porta, virtualmente parlando. 

Controllò il tasto BLOC MAIUSC. Non era inserito. Aprì la finestra del word processor e digitò rapidamente la password per assicurarsi che i caratteri combaciassero e di non aver messo la tastiera spagnola, o qualche altra stranezza che facesse sì che l’account rifiutasse la password. La password era lì sullo schermo. Nessun problema. E allora perché la pagina delle e-mail la rifiutava?

Vanna aprì il browser e ricercò se magari il server delle e-mail fosse offline o se ci fossero problemi tecnici. Ma l’icona dello stato era verde. Funzionava normalmente. O almeno nessuno aveva ancora segnalato problemi. 

Vanna tornò alla pagina delle e-mail e digitò la password carattere per carattere. 

ACCESSO NEGATO.

Imprecò di nuovo. Questa volta in modo peggiore. Una di quelle espressioni che non avrebbe voluto che sua madre sentisse. Anche “accidenti” avrebbe fatto alzare il sopracciglio accuratamente disegnato di Erica White-Austin. Le sarebbe spettato uno di quei tipici sguardi di disapprovazione di Erica White-Austin. Disapprovazione e delusione. Ma sua madre non era lì e Vanna batté il pugno sulla scrivania e maledisse in maniera scrupolosa il servizio e-mail. 

Odiava l’idea di dover perdere tempo a resettare la password, ma era abbastanza facile. Cliccare su ‘password dimenticata’. Farsi inviare il codice di ripristino nel telefono. Digitarlo. Digitare la nuova password. Digitarla ancora. Dopo due minuti avrebbe avuto di nuovo l’accesso alla sua casella e-mail con una nuova password. Le seccava solo per il fatto che sapeva di averla scritta correttamente.

Forse il sito era stato hackerato. Vanna cliccò sul link per il ripristino della password. Probabilmente era così. Qualcuno aveva hackerato il server, quindi avevano cancellato automaticamente tutte le password e tutti i clienti dovevano mettere una password nuova. Era già capitata una cosa del genere con altri account. Vanna giocherellava con l’anello mentre aspettava che il codice di sblocco le venisse inviato al telefono. L’oro antico s’intonava con la sua carnagione olivastra. Lydia diceva sempre che invidiava la carnagione di Vanna. Diceva che Vanna sembrava sempre essere appena tornata da un’isola dei Caraibi o da un salone di abbronzatura. Anche quando tutti nell’area erano bianchi pallidi per i centosessantotto giorni di pioggia all’anno e per le altrettante giornate nuvolose. La pelle di Vanna era sempre stata più scura delle carnagioni bianco latte da bambola di porcellana della madre e della sorella. 

Il telefono non vibrò. Lo guardò per controllare che il codice non le fosse arrivato senza che se ne accorgesse. Nessun messaggio. Guardò lo schermo e cliccò di nuovo sul link di ripristino della password. Probabilmente avrebbe creato confusione ricevendo due codici insieme e non sapendo quale dei due usare. Ma era impaziente di entrare nel suo account e di vedere il lavoro che le aveva mandato l’assistente esecutivo di Munro.

“Dai… dai…”

Ancora niente. Vanna cercò qualche altro link o pulsante che potesse aiutarla. Guardò il numero a cui era stato mandato il codice. I numeri nel mezzo erano sostituiti da asterischi, mostrando solo il prefisso e le ultime due cifre. Ma non era il suo numero di telefono. Il prefisso era giusto ma, curiosamente, le ultime due cifre non erano quelle del suo numero di telefono. Vanna le fissò. Controllò di nuovo l’indirizzo e-mail per accertarsi di non averlo scritto sbagliato e di non star cercando di ripristinare la password dell’account di qualcun altro. L’indirizzo era il suo. Non c’erano altri pulsanti da cliccare. Doveva parlare con una persona vera.

Vanna gemette e passò il dito sullo schermo del telefono per chiamare. Dovette cliccare su qualche altro link e tralasciare le pagine di istruzioni che spiegavano come ripristinare la password prima di ottenere finalmente il numero da chiamare. Vanna guardò l’orologio e sospirò, aspettando una risposta alla chiamata dopo aver navigato nel menu ed essere stata messa in attesa. Una voce registrata si scusava per l’attesa più lunga del normale. Vanna si chiese di nuovo se il sistema non fosse stato hackerato e se in quel momento metà degli utenti fosse in coda prima di lei ad aspettare il ripristino della password. Tamburellò le dita sulla scrivania, aspettando che qualcuno rispondesse. 

I minuti passavano. La voce registrata continuava a tenerla aggiornata, avvisandola che la chiamata sarebbe stata registrata, che l’avrebbero potuta richiamare loro invece di tenerla in attesa e si scusava ancora per il tempo di attesa più lungo del normale. 

“Sono Chris, la ringrazio per l’attesa.”

Vanna era così sorpresa che quasi fece cadere il telefono quando la voce dell’uomo scavalcò quella registrata. 

“Oh. Salve, sono Vanna.”

Spiegò il problema con più dettagli possibili e attese che Chris ripristinasse la password.

“Qual è il suo PIN?” chiese Chris.

“Il mio PIN?” Vanna cercò di ricordare. “Pensavo aveste delle domande di sicurezza.”

“Abbiamo anche dei PIN.” 

“Avete entrambi?”

“Sì, signora,” disse lui pazientemente.

“Oh.” Chiuse gli occhi. “Quattro tre due uno?”

“La ringrazio.” lo digitò sul suo computer. “No, mi dispiace, non è quello giusto.”

“Uno due tre quattro?”

“Non è permesso usare quel numero.”

“Non lo so. Non può chiedermi solo le domande di sicurezza?”

Ci fu silenzio per un minuto, e poi sospirò. “Certamente, signora.” Un’altra pausa, mentre aspettava che le domande di sicurezza apparissero sul monitor del computer o beveva un sorso di caffè. “Il nome del suo primo animale domestico.”

“Non… non ho mai avuto un animale domestico. Questa non è una delle mie domande di sicurezza.” 

“Mi dispiace, ma questo è quello che ho qui.”

“È sicuro di aver scritto il mio indirizzo e-mail correttamente?” chiese Vanna. Glielo ripeté lettera per lettera. 

“Sì, signora. È questo l’account che ho. Mi dispiace, ma se non può fornire il PIN né rispondere alle domande di sicurezza non c’è niente che io possa fare per aiutarla.”

“Beh, tutto quello che mi serve è un ripristino della password. Se mi manda una password al telefono posso prenderla da lì. Ma non ne ho ricevuta nessuna col sistema automatico.”

“Qual è il suo numero di telefono?”

Vanna glielo recitò.

“Mi dispiace, ma non è lo stesso numero di telefono che ho qui.”

“È l’unico numero di telefono che ho. Forse si sono invertite un paio di cifre? Può dirmi se è simile? Sono un po’ dislessica. Mi succede a volte.”

“No.”

“Non me lo può dire?”

“Non è simile.”

“C’è qualcosa di sbagliato nel vostro sistema! Sono la prima a lamentarsi? Dev’essere successo di sicuro ad altre persone.”

“Non siamo a conoscenza di problemi nel sistema.”

Vanna chiuse gli occhi. “Per piacere, dev’esserci per forza qualcosa che può fare per aiutarmi. Ho bisogno di accedere alle mie e-mail. Ho del lavoro da fare.”

“È sicura di non aver cambiato la password? C’è qualcun altro che ha accesso al suo computer o alla sua password?”

“No, ovviamente no.”

“Usa la stessa password per diversi account?” La sua voce era eccessivamente paziente, come se lei fosse una bambina che chiedeva cioccolata prima di andare a letto. “Ha avuto problemi di virus ultimamente?”

Vanna si ricordò che aveva fatto scadere l’abbonamento all’anti-virus, ma scartò il pensiero. Aveva ancora un anti-virus. Avrebbe trovato qualsiasi virus grande. Di sicuro nessuno aveva potuto hackerarle il sistema. 

Si sentì nauseata. “No, nessun problema.”

“E non c’è nessun altro che ha accesso al suo account? O che sa la password che usa per questo account? Magari solamente perché l’ha usata per qualcosa che condividete? Magari un bambino o un fidanzato…?”

“No, io…” Vanna si bloccò. Tino, certamente. Non gli aveva mai detto la password, ma l’aveva vista digitarla abbastanza volte da dietro le spalle da poterla ricordare. Conosceva i suoi hobby e gusti e avrebbe potuto indovinarla dopo alcuni tentativi anche se non gliel’avesse vista digitare. “No, non l’ho mai detta a nessuno. Ma se qualcuno ha hackerato il mio account, come faccio ad accedere di nuovo? Qual è il numero di telefono sul file? Se so il numero magari capirò chi è stato…”

“Mi dispiace, non possiamo divulgare informazioni confidenziali così…”

“Quando è stata l’ultima volta in cui sono stati cambiati la password e il numero di telefono e tutto quanto? Ho usato le e-mail proprio ieri sera. Non è che me li sono dimenticati.”

Ci fu una pausa mentre l’uomo esaminava il suo account. “Ha effettuato l’ultimo accesso questa mattina,” Chris si corresse, “un paio di ore fa.”

“Un paio di ore fa ero fuori per colazione con mia madre.” La gola di Vanna si restrinse. Deglutì e cercò di tenere la voce ferma. “È stamattina che è stato cambiato tutto?”

Ancora attesa e rumore di tastiera. “Sì,” confermò Chris. “Il suo numero di telefono, la password e le domande di sicurezza sono stati cambiati tutti in quel momento.”

“Li fate cambiare tutti in una volta sola? Non gioca tutto a favore dell’hacker?”

Chris sospirò. “Porterò la sua chiamata al livello due. Bloccherò il suo account per ora, finché non potrà provare la sua identità e garantire di nuovo la sicurezza dell’account.”

“E come faccio?”

“Il tecnico del livello due le spiegherà la procedura. Avremo bisogno di un’identificazione e di una verifica da parte di terzi.”

“Da parte di terzi?” ripeté Vanna. Cosa doveva fare, far chiamare sua madre per conto suo? Stava diventando un incubo. Aveva così tanto lavoro da fare sul file di Munro e sugli altri file, e il semplice gesto di aprire il suo account e-mail si era trasformato in un lavoro di un’ora. 

“Ad esempio un agente di polizia, un avvocato o un banchiere,” disse Chris. “Un’autorità che esamini la sua carta d’identità, confronti il suo viso con la foto, verifichi il suo indirizzo ecc. il tecnico le spiegherà tutto.”

“Come? Non ho tempo…”

Ci fu un clic e Chris non c’era più. Il telefono squillò un po’ di volte e un’altra voce registrata rispondeva scusandosi per il ritardo. Stringendo i denti, Vanna mise il telefono in viva voce e iniziò a scrivere un messaggio all’assistente esecutivo di Mr. Munro per spiegare che ci sarebbe potuto essere un ritardo nella consegna del lavoro.

Quando Vanna mise giù il telefono era furiosa e sfiancata. Non riusciva a decidere se scagliare il computer dall’altra parte della stanza o se distendersi a letto e dormire. 

Ma c’era troppo da fare. Ora aveva un sacco di cose da sbrigare per riuscire a sbloccare il suo account e potersi poi mettere al lavoro. Le ore le stavano sfuggendo rapidamente dalle mani.

Nonostante fosse rimasta al telefono già per una quantità di tempo considerevole, Vanna compose il numero che sapeva a memoria. L’aveva già rimosso dalla lista dei preferiti ma lo ricordava comunque. In realtà non era la prima volta che lo toglieva dalla lista dei preferiti. Tamburellò un’unghia sul tavolo impazientemente, aspettando che lui rispondesse. 

Vanna si rese conto di avere le unghie sporche. Di nuovo. Sua madre criticava sempre le sue unghie. ‘Non capisco come fai a sporcartele così tanto così in fretta. Sembrano sempre quelle di un meccanico. Ti serve una manicure.’ Vanna sperò che non fossero messe così male mentre faceva colazione con Erica poche ore prima. Ma non aveva fatto nulla di strano da quando era tornata, quindi probabilmente lo erano. Le unghie di sua madre erano sempre perfettamente pulite e curate, con un french impeccabile. Aveva perso le speranze di avere una figlia che riuscisse a tenere le unghie pulite. 

“Vanna!” la salutò Tino. Era sicura che lui fosse felice di sentirla. Dopo la loro ultima lite aveva giurato che non gli avrebbe più parlato. Ora stava alimentando il suo ego, facendogli credere che non potesse vivere senza di lui.

“Pensi di poter hackerare il mio account e-mail?” chiese Vanna. “È la richiesta di attenzione più infantile che io abbia mai visto! Hai mandato all’aria tutta la mia giornata di lavoro, grazie mille!”

La risposta fu un silenzio. A quanto pareva, Tino era rimasto stupito e senza parole per la sua sfuriata. Le fece piacere. A Vanna piaceva la sensazione che provava quando lo metteva al suo posto. Quando gli faceva capire cosa provava davvero.

“Di cosa stai parlando?” chiese infine Tino.

“Non fare il finto tonto con me. Sai benissimo di cosa sto parlando. Hai hackerato il mio account e-mail, hai cambiato tutte le informazioni di sicurezza così che non potessi più accedere. Davvero maturo, Tino.”

“Non sono stato io. Non sono un hacker.”

“Non ti servivano abilità tecniche per introdurti nelle mie e-mail. Potevi sbirciare da dietro le mie spalle o indovinare la password. Hai davvero mandato all’aria la mia giornata. E ora dovrò cambiare le password di tutti i miei altri account.”

Vanna si morse il labbro dopo aver detto quest’ultima cosa, realizzando che gli aveva appena rivelato di usare la stessa password per altri account. Doveva subito mettere al sicuro il suo account delle aste. E gli account del fornitore. E, ovviamente, gli account che usava per il lavoro di assistente virtuale e il cloud storage. Iniziò a farsi una lista mentale di tutte le cose che andavano cambiate immediatamente. Tutti gli account che Tino conosceva o che avrebbe potuto indovinare. Sapeva che non avrebbe dovuto usare la stessa password per tutto. Ma cercare di ricordare una password diversa per ogni account era impossibile. 

“Vanny,” la riprese Tino, “Non lo farei. Non farei niente che potrebbe compromettere il tuo lavoro. Che razza di persona pensi che sia?”

“Mmm, forse lo stesso che traina via le macchine parcheggiate lecitamente per far pagare ai proprietari i soldi che si sono guadagnati lavorando per riaverle indietro?” suggerì Vanna. “Quel tipo di persona?”

“Quello è diverso,” sogghignò Tino. Riusciva a immaginarsi il suo viso scuro, squadrato, un po’ troppo spigoloso per essere considerato bello. Immaginava il modo in cui i suoi occhi danzavano al pensiero di quanti ricchi proprietari di auto aveva ingannato negli ultimi due anni. Era diverso. Pensava gli dovessero uno stipendio solo per il puro fatto che avevano molti più soldi di lui. Sapeva che Vanna non era ricca, nonostante l’agiatezza della famiglia Austin. Cercava di mantenersi senza contare sui soldi di famiglia. Voleva essere se stessa e non dovere soldi a nessuno. “Tesoro, te lo giuro, non ho toccato le tue e-mail. Hai problemi con il computer? Posso chiamare Jimmy così gli dà un’occhiata.”

“No, non voglio che chiami nessuno. Non ti ho chiamato perché mi serve aiuto. Ti ho chiamato per dirti che non la passerai liscia. E che so che sei stato tu.”

“Non sono stato io,” mentì. La sua voce era bassa e delicata, ma c’era una punta di divertimento che rese Vanna ancora più sicura del fatto che fosse colpevole. “Non farei questo alla mia ragazza.”

“Non sono la tua ragazza. Abbiamo chiuso. Quindi da ora in poi stai alla larga dai fatti miei,” sbottò Vanna. “Capito?”

“Posso venire lì così gli do un’occhiata.” suggerì. “Magari posso fare qualcosa. Mi sembri proprio sconvolta.”

“Certo che sono sconvolta! Mi hai rovinato la giornata. Mi hai fatto perdere il file di Munro! E tutto per cosa? Così puoi provare che ho bisogno di te? Che non posso sopravvivere senza un uomo nella mia vita? Beh, eccoti una notizia, sopravvivo benissimo. Stai alla larga dalle mie cose.”

“Chiamami quando cambi idea.”

Vanna premette arrabbiata il tasto di fine chiamata.

Lydia le telefonò mentre Vanna sedeva su una sedia di una banca chiedendosi quanto tempo ancora ci sarebbe voluto per vedere il manager che confermasse la sua identità e facesse sbloccare il suo account. Lydia era una versione più giovane di Erica. Più bionda, meno grinze e più gentile. Ma aveva lo stesso viso e la stessa figura da urlo che infiammava i cuori di tutti gli uomini del country club e li faceva sbavare per le donne Austin come se appartenessero alla famiglia reale. Tutte le donne Austin tranne Vanna, in ogni caso.

“So che stai lavorando,” cominciò Lydia, “ma volevo sapere com’è andata la colazione con la mamma…”

“Non sto lavorando,” disse Vanna. “Il mio account e-mail è stato hackerato e ora devo provare la mia identità per sbloccarlo e poter accedere di nuovo. Sono in banca, aspetto che il manager guardi la mia carta d’identità e tutto quanto.”

“Ah. Beh, non puoi fare il ripristino della password? Te la fai mandare sul telefono…”

“È molto più complicato di così. Ha cambiato anche il mio numero di telefono, così non posso ricevere la password. In più ha cambiato le domande di sicurezza.” 

“San Valentino?” chiese Lydia.

“Tino, sì. Chi altro mi farebbe una cosa simile? Non può essere uno sconosciuto qualunque.”

“Non posso credere che farebbe una cosa del genere,” disse Lydia. “Che schifo. Hai chiamato la polizia?”

“No, ho pensato fosse più facile andare in banca. Ma con tutto quello che mi fanno aspettare…”

“Perché dovresti denunciare un episodio di hackeraggio in una banca? Pensavo avessi parlato del tuo account e-mail?”

I pensieri di Vanna balzarono al suo conto in banca. Un altro account a cui doveva cambiare la password. Se Tino avesse avuto accesso al suo conto, avrebbe potuto davvero fare un disastro. Magari poteva cambiarla quando avrebbe incontrato il manager della banca.

“No, dovevo solo venire in banca per provare la mia identità.”

“E non vuoi denunciare Tino alla polizia?”

Vanna ci pensò su. Si sarebbe arrabbiato se gli avesse creato problemi con la polizia. Arrabbiato davvero. Un piccolo dispetto con l’account delle e-mail era un conto. Ma non c’bisogno di fargli davvero del male denunciandolo alla polizia.

“Mmm, no. Risolverò il problema e basta. Non credo di dover coinvolgere la polizia.”

“Dovresti! Avresti dovuto farlo molto tempo fa. Gli hai sempre dato il via libera per fare tutto quello che gli pareva.”

Lydia non sapeva davvero quanto Tino avesse fatto soffrire Vanna in passato. Ma Vanna aveva rotto con Tino e non sarebbe più successo.

“Lo voglio solo fuori dalla mia vita,” disse Vanna alla sorella maggiore. “Se lo denuncio alla polizia saremo ancora connessi. Proverebbe a farmi cambiare idea sulla denuncia e… non posso più averlo nella mia vita. In nessuna forma.”

“Okay,” Lydia concordò riluttante. Si ammutolì e stette in silenzio per qualche secondo. “Insomma… mamma? Com’è andata a colazione?”

Vanna tentò di mettere a posto i pensieri. Mettere da parte il problema delle e-mail e tutti i pensieri su Tino e rivedere nella mente il pasto con Erica.

“È stato come te lo aspetteresti,” disse. “Il solito. Pensa che io stia sprecando la mia vita. Perché non mi trovo un lavoro vero? Qualcosa di fruttuoso. Potrei diventare un’esponente dell’alta società, come lei.”

“Non direbbe così,” reclamò Lydia.

“No. Non usando così tante parole. Eccetto la parte sul lavoro vero. Ma glielo vedi negli occhi. Nel modo in cui mi chiede cosa sto facendo. Cerca di convincermi a tornare a casa così può prendersi cura di me.”

“È solo preoccupata per te.”

“Perché pensa che sono un fallimento.”

“Non pensa che tu sia un fallimento. Solo che non sei… ancora cresciuta. Sei la sua piccola.”

Vanna sbuffò. Sì, era la più piccola e sua madre pensava ancora che fosse una bambina o un’adolescente ribelle. Non che era una donna adulta in grado di mandare avanti la sua vita come voleva. 

“Dovrà capire che lo sono.”

“Lo so. Dalle tempo. Lo capirà.”

Vanna cercò di grattare via un po’ di sporco dalle unghie con le chiavi. “Quanto tempo ci ha messo a trattarti come una persona vera? Un’adulta?”

“Non lo so. Mi sono sposata e ho avuto i bambini così velocemente che ha dovuto accettare che avessi lasciato il nido e basta. Il fatto che tu sia andata via di casa ma che non abbia studiato o non ti sia sposata… è più difficile da digerire per lei.”

“Quindi dovrei sistemarmi con Tino e avere un paio di figli e così mamma mi lascerà in pace?”

Lydia ridacchiò. “Non ci provare! Ti ucciderei. Non farti influenzare da mamma. È giusto che tu sia come vuoi essere. Sei una persona fantastica così come sei.”

“Stai guardando troppo Sesame Street.”

“Forse dovresti guardarlo anche tu ogni tanto. È molto educativo.”

Un uomo panciuto con una camicia bianca stropicciata si avvicinò a Vanna, le sopracciglia inarcate.

“Devo andare,” disse Vanna a Lydia. “Sembra che il tipo della banca sia arrivato.”

“Okay. Buona fortuna. Spero che tu riesca a risolvere tutto. E pensaci su… di parlare alla polizia di Tino.”

“Ci penserò.”

Vanna riattaccò e si alzò, porgendo la mano all’impiegato bancario, la cui targhetta diceva ‘Phil.’ “Salve, sono Vanna Austin.”

Era stata una giornata lunga. Aveva sprecato ore a riottenere l’accesso al suo account e-mail. Quando Vanna effettuò il login, passò un po’ di tempo a controllare le cartelle, preoccupata per i dati che poteva aver perso. Pensava che avrebbe aperto la posta e avrebbe visto centinaia di messaggi spam. Ma sebbene fosse abbastanza piena, si trattava soprattutto di messaggi da clienti e amici, insieme ad alcune newsletter e proposte di vendita, e solo pochi messaggi erano di spam.

Non trovò nulla che fosse fuori posto nelle cartelle; tutto sembrava essere ancora lì e al posto giusto. Fu un gran sollievo ma un po’ sconcertante. Come tornare a casa e scoprire che qualcuno ha forzato l’ingresso e che i ladri se ne sono andati senza prendere o rompere niente. Si aspettava qualche danno. Una prova che qualcuno aveva curiosato tra le sue cose.

Vanna scacciò quel pensiero angosciante meglio che poté e si mise al lavoro. Il comunicato stampa di Munro e le e-mail a vari editori e canali informativi dovevano essere inviate prima che chiudessero i mercati, quindi doveva lavorare rapidamente. C’erano un sacco di follow-up da fare dopo la chiusura dei mercati e lavorò molto anche la sera per rimettersi in pari.

Alla fine il suo cervello era troppo esausto per continuare a lavorare e Vanna chiuse i file e spense il computer. Non aveva molto tempo prima di andare a dormire, ma poteva almeno passare un’ora a lavorare al suo ultimo progetto creativo. Aveva trovato un progetto davvero bello online, trasformare vecchie bottiglie in lampade a sospensione. C’erano molte interpretazioni diverse date da varie persone. Alcune erano meravigliose. Magari non il genere di cose che Erica metterebbe nella sua sala da pranzo, ma sarebbero state benissimo nella cucina di Vanna. E avrebbe potuto fare delle proposte ad alcune delle tavole calde e dei bar nel vicinato, per vedere se qualcuno ne ordinava un po’. Erano uniche e creavano una bellissima atmosfera. Un vero articolo creato a mano.

Mentre tagliava con cautela i fondi delle bottiglie d’epoca che Sandal l’aveva aiutata a trovare, pensò ad altre varianti sul tema delle lampade a sospensione. Bottiglie di olio d’oliva in un ristorante italiano. Bottiglie di whisky di vari colori. Misure e forme diverse di vetro. C’erano tante cose diverse che poteva provare. 

Gli occhi avevano iniziato a bruciarle quando mise via gli strumenti. Sbadigliò e li strofinò. Avrebbe avuto molto lavoro da fare la mattina seguente per cercare di rimettersi in pari con altri clienti che aveva messo da parte mentre risolveva il problema dell’account hackerato.


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Inseguita dal Passato

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